Come cambierà il lavoro dei centri per i disturbi cognitivi in un mondo in cui i pazienti – e i loro caregiver – parlano quotidianamente con ChatGPT, Replika e altri social chatbot? In questo intervento, tenuto all’XVIII Convegno “I Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze e la Gestione Integrata della Demenza” presso l’Istituto Superiore di Sanità (Roma, 28 novembre 2025), il nostro Mattia Della Rocca prova a rispondere a questa domanda partendo da una prospettiva di psicologia dell’IA e guardando al futuro della presa in carico delle demenze (qui sotto il video integrale dell’intervento).


Nel suo intervento, Mattia esplora il ruolo dei Large Language Model (LLM) e dei social chatbot come possibili alleati – ma anche fattori di rischio – nel supporto terapeutico delle demenze. Il discorso si muove su due piani: quello del presente, in cui questi sistemi sono già interlocutori quotidiani, e quello del futuro, in cui diventeranno parte dell’“habitus digitale” dei pazienti stessi.


La prima parte chiarisce che cosa sono i social chatbot / companion AI e perché non possiamo più ridurli a semplici programmi di risposta. Il riferimento è al paradigma CASA (Computers Are Social Actors): tendiamo spontaneamente a trattare i sistemi conversazionali come altri soggetti, applicando regole di cortesia, empatia, turn-taking. Con gli attuali LLM multimodali, le chat diventano fluide, contestuali, personalizzate, spesso indistinguibili da uno scambio con un umano in molti contesti. Non è solo un “mini-Turing test” superato: questi sistemi sfruttano la nostra predisposizione all’antropomorfizzazione e al coinvolgimento emotivo, installandosi di fatto come nuovi attori cognitivi nei nostri ambienti digitali.


Lo sguardo poi si sposta sulla dimensione generazionale. L’indagine di PAD su giovani adulti italiani mostra che:

  • oltre metà ha già usato un chatbot sociale;
  • la motivazione prevalente è strumentale (studio, lavoro, organizzazione), ma circa un quarto lo usa anche per supporto emotivo o psicologico;
  • quasi nessuno crede che possano sostituire le relazioni umane, ma molti li considerano ormai interlocutori stabili nella propria vita digitale.

Se questi sono i trentenni di oggi, è plausibile che i pazienti con demenza di domani saranno persone che hanno parlato per anni con ChatGPT, Replika & co. L’IA conversazionale non entrerà nel loro percorso di cura come un elemento estraneo, ma come qualcosa di familiare. Questo rende urgente pensare in anticipo a filosofie, politiche e strumenti di presa in carico che integrino – in modo critico – chatbot e LLM nella gestione delle demenze.

Il messaggio di fondo è chiaro: i chatbot non sono né il prossimo “farmaco miracoloso” né il nemico assoluto. Sono nuovi attori dei nostri ambienti digitali; sta a noi decidere come farli entrare – e fino a che punto – nelle pratiche di cura delle demenze.


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